MIT al lavoro su un algoritmo per un riconoscimento facciale… “senza pregiudizi”

La portata degli algoritmi nella vita umana quotidiana è notevole, ma non sempre equità e parità di trattamento vengono applicate allo stesso modo. Infatti, un recente studio condotto al MIT ha individuato sia il genere che il pregiudizio facciale negli algoritmi di riconoscimento facciale.

Per porre rimedio a questa disparità, un team della Computer Science & Artificial Intelligence Lab del MIT sta lavorando su un nuovo algoritmo per il rilevamento del volto e della struttura di base dei dati di allenamento, consentendo così l’identificazione e la minimizzazione automatica del bias tramite ricampionamento.

Durante i test, l’algoritmo è stato in grado di ridurre il pregiudizio del 60% rispetto ai recenti sistemi di riconoscimento facciale. L’innovazione è tutta nel de-biaser digitale del MIT il quale, a differenza degli attuali sistemi che richiedono qualche input da parte degli umani per comprendere i pregiudizi, riesce, da un set di dati, a ricampionare i volti in modo appropriato.

Attualmente, la classificazione facciale è dotata di una tecnologia considerata risolutiva, ma in realtà i dati utilizzati spesso non vengono adeguatamente controllati. La correzione di questi problemi è di importanza vitale se inseriti in un contesto più di sicurezza, ossia rivolto a forze dell’ordine e ad altri domini.

Inoltre, il sistema sviluppato dal team del MIT potrebbe diventare particolarmente rilevante per set di dati più grandi, i quali non possono essere controllati manualmente, oltre che estendersi ad altre applicazioni di visione artificiale.

Anche se non tutti sono particolarmente favorevoli ai sistemi di riconoscimento facciale, poiché considerati alla stregua di un sistema di controllo di tipo orwelliano, in futuro potranno offrire quella precisione necessaria in un ambito più mondiale di sicurezza del cittadino.

Un nuovo modello potrebbe unificare energia oscura e materia oscura

Per risolvere uno dei più grandi misteri della fisica moderna, ossia la discrepanza tra la gravità e l’espansione verso l’esterno dell’Universo, alcuni ricercatori dell’Università di Oxford hanno proposto di unificare materia oscura ed energia oscura in un unico fenomeno: un fluido che possiede “massa negativa”, in grado di respingere all’esterno la materia dell’universo.

Mentre l’attuale modello universale, chiamato LambdaCDM, descrive la materia oscura e l’energia oscura esclusivamente attraverso i loro effetti gravitazionali sulla materia, la nuova teoria potrebbe potenzialmente fare molto di più.

Jamie Farnes, autore di questa nuova teoria, ha affermato: “Questo fluido possiede una sua gravità negativa in grado di respingere tutto ciò che lo circonda, suggerendo che il cosmo sia simmetrico in entrambe le qualità positive e negative. Applicando un “tensore della creazione”, che consente alla massa negativa di esplodere in modo continuo, nonostante l’accumulo in corso di massa negativa, il fluido non si diluisce a causa dell’espansione del cosmo”.

Inoltre, il suo modello fornisce le prime accurate simulazioni al computer degli “aloni della materia oscura”, che dovrebbero avvolgere la maggior parte delle galassie nell’Universo e impedire loro la dissoluzione, la quale potrebbe verificarsi a seguito della velocità della loro rotazione. Fino ad ora, il fenomeno è stato semplicemente dedotto dai dati raccolti tramite i radiotelescopi.

Invece di tentare di modificare la Teoria della relatività generale di Einstein, il nuovo approccio “semplicemente” combina la massa negativa e la creazione della materia, entrambe compatibili con il lavoro del grande fisico. Farnes conclude dicendo che “il risultato sembra piuttosto bello: energia oscura e materia oscura unificate in una singola sostanza, con entrambi gli effetti semplicemente spiegabili come materia di massa positiva che naviga su un mare di masse negative”.

Un team di studenti simulerà per due settimane la vita su Marte

Per due settimane, un gruppo di studenti della Purdue University, situata a West Lafayette, nello stato dell’Indiana (USA), vivranno, dormiranno, mangeranno e lavoreranno come se fossero su Marte. La missione si svolgerà presso il Mars Mars Desert Research Station nello Utah.

Cesare Guariniello è il comandante del team e aspirante astronauta. Secondo lui, il miglioramento delle competenze tecniche e delle conoscenze è solo una parte della preparazione per viaggiare un giorno sul Pianeta Rosso. “Gli aspetti psicologici e sociali sono molto più difficile da preparare”, ha affermato Guariniello. “La partecipazione al Mars Desert Research Station offre al team la possibilità di avvicinarsi il più possibile a una missione reale nello spazio, con una buona dose di realismo”.

Il team, chiamato MartianMakers e formato da sei membri, è stato selezionato dal Purdue MARS (Mars Activities and Research Society) per prendere parte alla missione di simulazione. Assumerà il controllo della stazione di ricerca la sera del 30 dicembre e lo passerà alla squadra successiva il 12 gennaio.

I componenti del team sono:

  • Cesare Guariniello, comandante della squadra e geologo.
  • Denys Bulikhov, funzionario esecutivo e dottorando in Ingegneria industriale.
  • Alexandra Dukes, giornalista dell’equipaggio e studente del master AAE.
  • Kasey Hilton, ingegnere dell’equipaggio e maggiore specialista in chimica.
  • Ellen Czaplinski, geologa dell’equipaggio.
  • Jake Qiu, ufficiale sulla salute e la sicurezza e studente di ingegneria agraria e biologica.

La simulazione include una varietà di aspetti combinati per rendere l’esperienza il più reale possibile. La squadra non può interrompere la simulazione durante la missione e deve indossare una tuta di volo e un pacchetto pesante con elmetto ogni volta che svolge attività extra-veicolari.

Dovranno essere seguiti protocolli accurati per le comunicazioni radio, tra cui un gran numero di rapporti giornalieri durante una finestra di comunicazione di due ore con i volontari presso il Centro di controllo della missione del Mars Desert Research Station. Vengono utilizzati programmi giornalieri altamente strutturati e il team deve lavorare con quantità estremamente limitate di acqua, energia e comunicazioni.

Huawei P30 e P30 Pro, emergono le prime caratteristiche tecniche

Soltanto un mese fa sono stati lanciati sul mercato i nuovi Huawei Mate 20 e Huawei Mate 20 Pro, ma evidentemente il colosso cinese non ha alcuna intenzione di ammorbidire il passo, anzi, sembra proprio che tutte le energie siano ora convogliate sulla creazione di altri due device di punta!

Stavolta parliamo di dispositivi appartenenti alla gamma P, vale a dire Huawei P30 e Huawei P30 Pro, in merito ai quali sono già emerse alcune possibili caratteristiche tecniche. Entrambi dovrebbero esordire sul mercato nel corso del 2019, tant’è che Huawei sarebbe già al lavoro su alcune cover. E sono proprio le cover l’elemento che hanno lasciato trasparire alcune possibili caratteristiche!

Il fatto è che la custodia di Huawei P30 Pro mostra, sul lato posteriore, un paio di fori alquanto grandi, molto probabilmente riconducibili agli obiettivi e al flash. Questo dettaglio apre quindi le porte ad un reparto fotografico che ci aspettiamo essere di altissimo livello, se non altro perché tali fori lasciano presagire la presenza del nuovo potente flash allo Xeno.

Per quanto riguarda Huawei P30 nella sua versione standard, invece, si nota un foro più “normale” per il tradizionale flash LED ed un alloggiamento per le fotocamere dove ce ne entrerebbero tranquillamente tre, il che rappresenterebbe un gran bel passo in avanti rispetto al Huawei P20 standard che noi tutti conosciamo (sempre nel caso in cui le cose dovessero andare nel verso immaginato!).

Nelle ultime ore è comunque venuta fuori un’altra indiscrezione su Huawei P30 Pro. In questo caso la notizia riguarda lo schermo, che a quanto sembra potrebbe essere ricurvo esattamente come quello del Mate 20 Pro, ed i fornitori, nel qualcaso, potrebbero essere LG o BOE (specie dopo il rifiuto di Samsung di cedere a Huawei la sua tecnologia OLED).

Ryan è la star più ricca di YouTube: ha 7 anni e guadagna 20 milioni di euro

Ryan ToysReview è la star più ricca di YouTube. Nell’ultimo anno lo youtuber, che per la cronaca ha soltanto 7 anni, ha incassato la bellezza di 20 milioni di euro proprio grazie alla piattaforma video di Google. E’ vero che ormai tutti sanno che con YouTube ci si può guadagnare parecchio, ma la cosa davvero incredibile, in questa specifica circostanza, è che a guadagnare così tanti soldi sia un bambino di soli 7 anni!

Ryan ToysReview è diventato un influencer a tutti gli effetti: su YouTube vanta più di 17 milioni di iscritti al suo canale, che lo hanno reso giorno dopo giorno una delle più grandi personalità della piattaforma. Tra soldi incassati in pubblicità e sponsor che lo pagano per mettere in bella mostra i loro prodotti, Ryan è diventato un piccolo Paperon de’ Paperoni.

Tutto ha avuto inizio in un normalissimo giorno di tre anni fa, quando i genitori di Ryan, che all’epoca aveva solo 4 anni, hanno iniziato a pubblicare dei video in cui il piccolo si mostrava alle prese con delle recensioni di giocattoli. La cosa voleva essere sicuramente di interesse pubblico, ma al tempo stesso ironica e “leggera”.

Poi però il tutto ha cominciato a prendere una piega particolarmente seria, tant’è che oggi Ryan è diventato una star del Tubo ed è persino finito a capo di un impero nel mondo dei giocattoli: il bimbo ha infatti una linea di giochi direttamente ispirata e approvata da lui, che naturalmente gli frutta altri soldi. Oltretutto Ryan viene invitato spesso in vari negozi per presenziare ad eventi e per sponsorizzare nuovi prodotti, con tutto ciò che ne consegue in termini di introiti per lui.

Forbes ha definito Ryan come l’astro nascente del 2018 tra gli influencer del web e il suo successo su YouTube, a quanto pare, è anche destinato ad aumentare nel corso del prossimo anno.

DigitalOcean, la piattaforma di hosting container Kubernetes è ora aperta a tutti

La DigitalOcean ha annunciato oggi il rilascio ufficiale del suo hosting gestito da Kubernetes. La società, conosciuta per il suo VPS ultra-economico, afferma che l’hosting è pronto per la distribuzione delle applicazioni importanti delle aziende.

Kubernetes promette di essere una delle tecnologie più importanti nell’ottenimento di scalabilità, portabilità e disponibilità necessarie per costruire le app moderne. Sfortunatamente, per molti è ancora estremamente complesso da gestire e implementare.

L’obiettivo del DigitalOcean Kubernetes è di rendere fruibili le applicazioni containerizzate per qualsiasi sviluppatore, indipendentemente dalle loro competenze o risorse. Tutto ciò viene fatto automatizzando la gestione dei cluster di Kubernetes e il provisioning dei nodi per rendere più veloce e semplice l’esecuzione di app containerizzate. Inoltre, verranno infondate esperienze guidate sull’interfaccia utente e API aperte per fornire il giusto livello di supporto durante il percorso dello sviluppatore.

Kubernetes è una delle più grandi piattaforme di containerizzazione delle applicazioni. Gli sviluppatori amano particolarmente la containerizzazione quando si tratta di implementare il loro codice sorgente. Questo perché i container sono più facili da scalare, intrinsecamente più sicuri e più facili da implementare.

Quando uno sviluppatore confeziona un’applicazione in un contenitore, utilizza tutto il necessario per eseguire il software, ad esempio librerie, strumenti, runtime e impostazioni, e lo condensa in un unico file eseguibile.

Poiché lo sviluppatore non utilizza un singolo server per ogni applicazione, i malintenzionati hanno meno terreno a disposizione in cui agire. Soprattutto, poiché l’intera applicazione e le sue dipendenze sono raggruppate in un unico file eseguibile, è più coerente.

Lanciata nel mese di maggio, la piattaforma conta già circa 30.000 registrazioni tra sviluppatori e team. L’intenzione è quella di competere al più presto con altri servizi di hosting container, come OpenShift di Red Hat e Amazon Web Services.

Google ha segnalato alcuni software legittimi come dannosi

Circa una settimana fa, alcuni sviluppatori di software hanno notato come Google contrassegnasse i loro programmi e siti come dannosi. Il sistema di “Navigazione sicura” di Google, oltre ad essere utilizzata da Chrome, è presente anche in browser come Firefox e Safari.

Società di software famose come Greatis, Software antivirus, Software Scooter o Software IBE hanno rilevato che alcuni dei loro programmi erano contrassegnati come dannosi dalla Navigazione sicura di Google. Le aziende citate sopra producono programmi come Bulk Image Downloader, Beyond Compare, Spambully, HelpNDoc, Rename Expert o Unhackme.

Google ha subito informato le aziende della presenza di un malware che infettava sia i loro programmi che le loro pagine. Ma i webmaster, effettuato un controllo tramite Virustotal, hanno notato che questa presenza non era rilevata.

In poche parole, Google non era stato molto specifico su questo malware, lasciando tutti nel dubbio. A complicare la questione, è stata la modalità poco ortodossa con cui contattare lo stesso Google: sono per posta elettronica, niente contatto diretto. La risposta dello stesso è stata abbastanza aleatoria: problema non risolto e nessuna informazione utile fornita.

Per le aziende, tutto si è tradotto in una cospicua perdita di traffico nel periodo in cui i loro programmi e siti sono stati segnalati come rischiosi.

Per fortuna, qualche giorno fa il problema si è risolto, anche se potrebbe ancora apparire il messaggio “questo tipo di file potrebbe danneggiare il tuo computer”; ma, almeno, è possibile scaricare i programmi sul sistema locale. Ciò che alla fine è mancata una spiegazione plausibile da parte di Google su cosa abbia potuto causare questo fastidioso contrattempo.